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La prima cosa per educare un bambino è educare se stessi

Un racconto sulla nostra psico

Un racconto sulla nostra psico

PSICOMOTRICITÀ RELAZIONALE  in educazione:

 

il bambino attraverso il gioco ci parla di sé, della sua storia, delle sue aspettative presenti, passate, future e, nel gruppo, grazie al gruppo e allo psicomotricista scopre le sue risorse e nuove strategie per superare le difficoltà.

 

Ho 2 anni e vado al nido.

Al mattino fatico ad alzarmi presto perché la sera non riesco quasi mai a lasciarmi andare alla nanna all’ora giusta -così mi dicono mentre protesto che voglio dormire-. Mi toccano i preparativi per uscire che mi sembrano sempre troppo frenetici. Così quando mi ritrovo all’Atelier talvolta sono già stanco e nervoso.

Al distacco dalla mamma o dal papà comunque io ormai me la cavo bene, un modo lo trovo per lasciarli andare magari con qualche senso di colpa piccolino… le dade mi accolgono sempre sorridenti e sono contento di trovare gli amici. Poi starci insieme è un altro discorso, una fatica certi momenti ma fondamentalmente una gioia. Ogni giorno che passa mi sento più grande e più sicuro di me.

Appena arrivato, mentre mi rilasso, aspetto l’arrivo degli altri. Poi facciamo il saluto tutti insieme, si canta, si gioca dentro e fuori, a volte si va in piscina, si legge, si ride, si piange, altre volte si dipinge e poi… c’è la psico!

Questa cosa della psico ancora mi emoziona! Succede che ad un certo punto arriva una dada più nuova delle altre che vediamo sempre… è sorridente e accogliente anche lei…ma si sente che porta qualcosa di nuovo e io mi sento salire il magoncino delle novità! Allora mi guardo un po’ in giro: le nostre dade sembrano tutte tranquille; dei miei compagni, alcuni sono tutti contenti, battono le mani e si mettono in fila, qualcun altro invece piange e dice che non vuole andare…io mi ritrovo in fila nel trenino e si parte…

Appena entrati empatizzo con chi piange e piango anche io…mi ritrovo però seduto in cerchio tutti insieme e diciamo le regoline e questo sembra un momento in cerchio come altri. Poi ‘via’, possiamo andare a giocare. Fiuuuu! Tutto a posto insomma! Pensavo ad un altro distacco importante io!

Comunque all’inizio rimango un po’ in osservazione. La dada gioca con una palla e sembra interessante quello che fa. Intorno a lei ci sono alcuni bambini ma, per come mi guarda, sento che lei c’è per me anche se è momentaneamente impegnata ed ho la tentazione di raggiungerla e giocare anche io ma ancora non riesco a muovermi. Così resto lì dove sono, a pochi passi, in attesa del coraggio…o che arrivi qualcuno.

Dopo un po’ mi distraggo dal mio magoncino perché mi ritrovo a gironzolare per la stanza, a saltare dal tappeto, scoprendo il piacere di muovermi nello spazio in mezzo agli altri (gioco sensomotorio: io posso/io sono)…mi muovo e mi sento grande…vedo una stoffa che mi piace, vado per prenderla ma attaccato c’è un altro bimbo che non la molla e che si mette a strillare; adesso strillo pure io, tiro con tutta la mia forza, mi arrabbio e non capisco. Guardo la dada affinché venga in mio soccorso ovviamente ma lei resta là dov’è tranquilla e mi dice, come se fosse quella la cosa più ovvia, che la stoffa era prima dell’altro e che posso trovarne un’altra per me; così, non proprio convinto e dopo un altro tentativo e un’altra smentita, mi allontano tutto scapigliato e confuso. Adesso sono un po’ stanco e mi sento vulnerabile. Incontro uno scatolone e istintivamente ci entro dentro (gioco simbolico: bisogno di fusionalità) e rimango lì il tempo che mi serve per ricaricarmi come fossi nell’abbraccio della mamma…ma presto riparto, incontro altri bambini e prendo per mano uno di loro che mi sorride (gioco di socializzazione) e con cui giro insieme per la stanza. Sono contento.

La dada arriva solo quando serve. Giocando con noi e attraverso l’uso degli oggetti, quasi senza parlare, ci aiuta a capire un sacco di cose di noi stessi e degli altri: comprende le nostre emozioni (riconoscimento), ci aiuta a gestirle (contenimento affettivo), chiarisce gli equivoci, la responsabilità che abbiamo verso noi stessi e verso l’altro e ci fa capire che è importante dire di sì e dire di no, aiutandoci a trovare da soli o suggerendoci la strategia più utile per relazionarci con gli altri o per sottrarci a qualcosa che non ci piace.

Ma, cosa altrettanto importante, sempre meglio io so andare dalla dada quando ho bisogno, so chiedere aiuto agli altri e, tramite gli oggetti, scopro la mia autonomia, la motivazione a fare, ad essere; supero gradualmente la dipendenza dai bisogni cosicché stare con gli altri è più semplice e mi adopero per realizzare i miei desideri.

Scopro che la rabbia e l’aggressività fanno parte di me e di tutti e che sono emozioni normali proprio come le altre; scopro che la dada sa riconoscerle per ciò che significano realmente e può aiutarmi ad esprimerle senza fare male agli altri o a me stesso…

Scopro che ci sono tanti oggetti interessanti che facilitano l’espressione delle mie emozioni e la socializzazione con gli altri. Posso rompere (affermazione di sé, diffusione) uno scatolone (genitore)…e farlo non comporta conseguenze (la perdita dell’amore, il senso di colpa) e questo mi fa sentire autonomo, grande; oppure posso entrare dentro ad un cerchio, come in un abbraccio (fusionalità, regressione) a ricaricarmi, perché, in fondo, mi sento ancora così piccolo.

E in questa alternanza dentro/fuori, fusione/diffusione, acquisisco autonomia e fiducia in me, strumenti per stare con gli altri, per rispettarli rispettando me stesso. Quegli stessi strumenti, insieme agli oggetti, li porto con me dagli altri e insieme costruiamo qualcosa, una casetta, una macchinina.

Qualche volta comincio a fare una cosa e mi sembra di non riuscire più a smettere e quando sono stanco e ancora non smetto, arriva la dada a suggerirmi alternative, strategie. Queste ultime poi tornano utili anche fuori dalla seduta di psicomotricità, in altre situazioni, con altri bambini e altri adulti.

Insomma, quando arriva la musica ballo e quando finisce la musica metto a posto e quando mi metto davanti alla porta non vedo l’ora di far vedere chi sono diventato alle nostre dade.

Quando poi più tardi ritrovo mamma e papà mi emoziono di nuovo perché per fare tutto quello che ho fatto oggi ho dovuto lasciarli là fuori magari con le occhiaie per la notte passata in bianco, dopo averli salutati un po’ a fatica, forse preoccupati che potesse essere per me una giornata troppo impegnativa e questo proprio mi è dispiaciuto; oltretutto dopo il saluto, durante la giornata me li ero pure un po’ dimenticati pensando persino di poter fare da solo e quando li ho rivisti ho subito sentito invece che ancora non ce la faccio senza di loro e mi sono preoccupato che avrei potuto perdermi e perderli in tutto questo allontanarmi, dimenticarmeli, scoprirmi.

 

Insomma…crescere è faticoso per tutti, nessuno è perfetto, esistono gli imprevisti e non è proprio possibile avere tutto sotto controllo…ma è proprio questo il bello: le nostre risorse sono tutte da scoprire.

In tutto questo mamma e papà ci sono sempre e man mano che cresco, crescono anche loro e mi guardano un po’ meno atterriti quando mi allontano!

 

Ivi, educatrice in formazione nella scuola di psicomotricità relazionale

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