L’ALTRO: UNO SPECCHIO, UN FASTIDIO, UNA RISORSA

By |2019-07-31T11:33:37+00:00luglio 31st, 2019|PEDAGOGIA|0 Comments

Chi è l’altro? Proviamo a partire da qui per una riflessione educativa. Se ci provoca attrazione o simpatia diventa un nostro amico e alleato, un riferimento, uno di famiglia, una fonte di ispirazione e aiuto, una persona con cui condividere momenti di vita. Se invece ispira antipatia, ci affatica, spaventa o ci suscita resistenza tendiamo a evitarlo, a criticarlo, a farne un capro espiatorio o a volerlo proprio allontanare da noi. A monte ci può essere un istinto, un giudizio, a pelle o per sentito dire. Tutto qui? No. Possiamo scegliere di leggere i nostri incontri anche in chiave educativa, e in questo non intendiamo parlare solo di bambini e per i bambini!

Possiamo sospendere il giudizio per un attimo. Non pretendiamo il non giudizio perché si tratta davvero un difficile traguardo. Immaginiamo solamente che ogni incontro con persone o avvenimenti possa insegnarci o renderci consapevoli di qualcosa. A prescindere che inizi come incontro piacevole o meno, immaginiamo che ogni cosa che si pone sul nostro cammino è perfetta per noi perché può insegnarci ciò che ci serve in quel momento di vita. Non ci è dato di sceglierla, ma possiamo scegliere cosa farne, come reagire.

Questo cosa comporterebbe? Cosa cambierebbe nel nostro pensiero e linguaggio per quell’attimo? O ancora di più nelle nostre emozioni?

Prima di tutto dovremmo spendere un po’ di tempo e curiosità rispetto all’altro, resistendo alla tentazione di etichettarlo subito come simpatico o antipatico, in base alle nostre esperienze passate, cercando di non cedere all’istinto di avvicinandolo o allontanandolo da noi quasi automaticamente, anche solo energeticamente. Allora potremmo  osservare il tipo di scambio che realmente  c’è tra noi e l’altro, o tra due persone, grandi o piccole che siano. Nel porci per quell’istante come osservatori esterni, cercando di essere oggettivi, non vedremmo buoni e cattivi, ma due essenze che stanno avendo uno scambio per qualche motivo.

 Immaginiamolo come un gioco. Mettiamo “pausa” e osserviamo: poi lasciamo scorrere di nuovo il tempo e magari qualcosa è cambiato dentro, una percezione diversa che ci permette di incontrare l’altro con un filo più di curiosità e meno paura, e magari osservare che qualcosa in quell’attimo si è già risolto perché un primo apprendimento è già stato metabolizzato. Nello sviluppo di una relazione si può trovare poi nel tempo il suo senso; a volte è davvero complesso e occorre un aiuto.

Nei gruppi e nelle relazioni tra persone, grandi o piccole che siano, si possono osservare un’infinità di dinamiche, percorsi di crescita e sfumature. C’è chi si mette in posizione di leader, chi vorrebbe ma non riesce, chi si pone più gregario, chi si predispone a tenere un ruolo di contestatore, chi si isola, chi viene lasciato più ai margini.

C’è chi seduce con le parole o coi gesti, c’è chi prova a farsi spazio essendo stravagante, chi usa la sua fisicità, chi il lamento, chi l’ironia.

Chi cerca invece di non avere nessuno spazio, anzi vorrebbe il mantello dell’invisibilità. C’è chi si comporta in maniera iper adeguata, chi insegue la performance e il buon risultato, chi fa la pecora nera o il distruttore. Sono maschere, strategie, costruzioni nella personalità di ognuno che sviluppiamo specialmente nell’infanzia.

Tentativi di attirare attenzione e amore, o anche solo di sopravvivere.

Non c’è nulla di strano, accade a tutti noi di giocare i vari ruoli della nostra personalità a seconda dei contesti in cui siamo. E chiaramente ciò che viviamo da bambini struttura le nostre basi. Un passaggio molto utile è vedere questo meccanismo, svelarlo e ricostruirlo.

È importante non identificare qualcuno (tanto meno se stessi) con il ruolo che gioca di volta in volta. Tanto più che ognuno di noi sviluppa tante sfaccettature. Per riconoscere questi tanti “ruoli” in qualcuno chiaramente occorre prima iniziare a vedere sé stessi. È importante cogliere queste differenze in un bambino per non etichettarlo come cattivo, antipatico, violento.

Sono definizioni pesanti che possono portare un bambino a credersi tale e a comportarsi maggioramene così in accordo a ciò che sente dagli adulti. Esiste un gesto antipatico che può dar luogo a delle conseguenze, qualcuno può comportarsi da antipatico, ma non etichettiamo qualcuno come antipatico.

Anche la definizione di bravo bambino può portare molte insidie… Chiedere costantemente a un bambino di essere “bravo” e comportarsi “bene” può creargli aspettative pesanti, può diventare una maschera, una strategia per raccogliere attenzione, amore e consenso. Appiccichiamo le aspettative dei grandi sui piccoli, ma magari quel bambino in quel momento ha bisogno di correre, di giocare alla lotta, di sporcarsi, di esprimere il suo disagio con un capriccio, di manifestare rabbia o tristezza, di sfidare l’autorità, di misurarsi coi pari o cercare dei limiti.

Ha bisogno di essere vero e autentico ed essere accettato così com’è da chi si prende cura di lui. Anche se é sporco, stanco, affamato e si lamenta. Indossare costantemente la maschera di bravo bambino, adeguato, educato e rispondente ai desideri dei grandi può essere molto soffocante. O ancora, magari nella maschera di bravo bambino o bambino che non dà fastidio e non crea problemi, posso demonizzare anche alcune forme di reattività e assertività, scambiandole per aggressività negativa. Possiamo allora vedere bambini (e adulti) incapaci di dire no o di allontanarsi da qualcuno che gli sta dando fastidio o facendo male.

Possiamo allora incoraggiare i bambini ad esprimere il loro disagio, a manifestare delle conseguenze (es. Se mi fai male non gioco con te), senza che questo metta in crisi la loro immagine di bambini “bravi, carini, educati e accondiscendenti”. Insegnando ai bambini ad esprimersi poniamo le basi per la conoscenza di sé e delle buone relazioni con gli altri. Chiediamo allora a un bimbo come sta, se é felice, cosa ha scoperto di nuovo, che giochi ha fatto piuttosto del classico “sei stato bravo?”….

Chiaramente qualsiasi tipo di ruolo reiterato, di maschera ricorrente, chiede un lavoro di osservazione e consapevolezza, per poi introdurre strategie e nuove strade per non cristallizzarsi in un tipo di personalità. Sono lavori che chiedono tempo, sia da grandi che da piccoli. Ad esempio un bambino, che per i più svariati motivi, ha trovato una strategia efficace nell’uso dell’aggressività verso gli altri va accompagnato ad osservarsi, va incoraggiato a usare le parole. Può essere utile capire le origini di tali comportamenti, senza cadere in cliché stereotipati. Gli vanno mostrate e fatte sperimentare le conseguenze delle sue azioni senza che questo sia percepito come punitivo.

Perché come ogni altra maschera si tratta sempre di una strategia per avere amore e attenzione. Allora più che mai, nella comprensione, nell’empatia e nell’affetto le maschere possono cadere…

Gli adulti di riferimento hanno il difficile compito di dare lo spazio ai bimbi di esprimersi, sperimentare e avviare apprendimenti, senza fare al posto loro e tutelando un certo grado di armonia nella comunità. Armonia nella mitologia greca era figlia del dio della guerra Ares e della dea dell’amore Afrodite… È quindi un equilibrio dinamico e in movimento, a volte giocato sul filo del rasoio. In una comunità educativa uno stato di tranquillità interiore (lavorare col silenzio ci ha aiutato molto quest’anno!) è fondamentale per mantenere l’armonia senza finire negli estremi tra clima di tensione o realtà edulcorata. In questo senso apprezziamo molto il lavoro di Novara e del CPP, Centro PsicoPedagogico da lui fondato, (www.cppp.it): parla dei conflitti come fattore fondamentale delle relazioni e dell’importanza del saper litigare bene!

Nei primi anni di vita si creano le fondamenta della nostra personalità e del nostro modo di porci verso il mondo e gli altri. Come i grandi parlano dei piccoli e come li considerano ha molta influenza rispetto a come i bambini percepiscono e “costruiscono” sé stessi. Nel corso dell’infanzia ci si affina e definisce sempre di più attraverso il vissuto tra famiglia, ambiente, eventi che accadono ed educazione che riceviamo, fino a che diventiamo adulti. Da grandi il gioco è osservare e comprendere chi siamo diventati, accettarlo ed -forse- aggiustare il tiro dove pensiamo occorra nella misura del possibile. “Conosci te stesso e conoscerai il mondo” diceva l’oracolo di Delfi perché i meccanismi e le basi dell’essere umano sono comuni ma ognuno è unico e irripetibile.

E ognuno deve percorrere e ripercorrere il proprio sentiero. Conoscersi davvero non è affatto scontato, è il lavoro di una vita e richiede energie e volontà.

Come accompagnare i bambini nella loro crescita quindi?

Nell’ultimo secolo la considerazione dei bambini è radicalmente cambiata. L’infanzia ora viene vista, tutelata, protetta. Insegnanti, educatori, genitori hanno molta più consapevolezza di un tempo e anche molti più dubbi e angosce rispetto al passato. A volte la tentazione è di cercare di essere perfetti e di creare un mondo in cui vada tutto sempre per il meglio. Se un tempo il problema era l’autorità e la non considerazione dei bisogni dell’infanzia oggi può essere la pretesa di creare per i bambini solo condizioni ottimali e di assecondare ogni loro richiesta.

Qui arriva il difficile. La condizione ottimale che noi possiamo immaginare potrebbe non essere esaustiva di tutto ciò che serve alla crescita di un bimbo. Le richieste di un bambino non coincidono necessariamente coi suoi bisogni reali e profondi. I famosi no che aiutano a crescere. Facciamo anche altri esempi. A volte i bambini hanno delle amicizie o frequentazioni di cui i genitori non sono molto contenti. Magari perché vedono una relazione sbilanciata, perché l’amichetto è un po’ strano, oppure prepotente. Altre volte perché il contesto del piccolo gruppo mette in risalto manipolazioni, fragilità, debolezze o troppa dipendenza…

Come accompagnare educativamente un gruppo di bimbini?

Proibire una relazione o piuttosto osservarne la dinamica e accompagnare il proprio bimbo a crescerci attraverso?

 All’Atelier sosteniamo la seconda opzione perché pensiamo che incontro con l’altro sia una potenzialità di crescita. I bambini imparano e si strutturano attraverso le relazioni. Possiamo diventare amici oppure no, non si diventa amici di tutti per forza. Dove c’è un po’ di fatica spesso possiamo imparare molto di più. La condizione è non negare l’esistenza dell’altro, non vedere in lui un problema né allontanarlo a prescindere ma vivere la relazione, attraversarla. I grandi sostengono nell’incoraggiare, nel dare la giusta misura e il giusto senso al processo. Non ultimo dare gli strumenti per stare sulle proprie gambe, saper dire di no, saper trovare strategie vincenti  ma ognuno a modo suo, senza che esista un unico modello “adulto” a cui rifarsi perchè come abbiamo visto prima le maschere e le strategie sono davvero tantissime. L’importante è che funzioni bene per se stessi e per il contesto e la comunità che ci circonda, ridonando serenità, libertà, presenza e indipendenza.

Senza perdere per questo l’esperienza dell’amore, protezione e cura… Chiaramente tutti abbiamo bisogno di vivere esperienze di amore, protezione e cura, mentre soffriamo se subiamo traumi, mancanze o semplicemente non siamo visti per ciò che siamo. I bambini più che mai. Non è tanto ciò che accade, anche perché certi avvenimenti semplicemente accadono e non è possibile avere il controllo di ciò incontriamo nel corso di una vita. E’ il modo in cui li osserviamo, attraversiamo, viviamo e metabolizziamo che fa la differenza. La stessa esperienza traumatica viene elaborata in tanti modi diversi. Se ne può uscire rafforzati o abbattuti. La capacità di superare positivamente un trauma o un periodo di difficoltà viene chiamata resilienza. La resilienza viene alimentata da tanti fattori: ambiente, relazioni, storia personale, etc. Ci sono così insegnamenti e vissuti che ci potranno sostenere in ogni momento della vita: ad esempio, imparare sin da piccoli che nelle difficoltà cresciamo; osservare che anche chi è diverso da noi può diventare un nostro amico; sperimentare che ciò che ci fa paura può essere affrontato positivamente e che noi possiamo diventare più forti e tranquilli.

Nella cura dei bimbi di oggi sosteniamo gli adulti di domani. Per questo è importante saper accompagnare i bambini nelle tante sfide che affrontano ogni giorno, sostenendoli e dando il giusto peso ai loro stati emotivi senza caderci dentro con loro, incoraggiandoli a intraprendere buone strade di crescita, anche se faticose.

Resilienza. Ahinoi, non si tratta di una cosa facile! La buona notizia è che non siamo soli, gli altri possono aiutarci. Perché spesso, più siamo coinvolti in qualcosa più abbiamo alcuni angoli ciechi che non riusciamo a vedere. Il gioco di mettere in pausa e osservare dall’esterno… per un’altra persona è più facile! E in più, non essendo emotivamente coinvolto può supportarci, così come sostenere la situazione senza cadere in giudizi o schieramenti tra le diverse parti.

Come dice un proverbio africano… Per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero! Perché in una comunità ci sono tanti occhi per vedere, tanti abbracci possibili e tanti cuori capaci di accogliere ognuno con tutte le sue sfaccettature! Incontrare ognuno e integrarsi insieme come gruppo è un regalo per tutti. Per questo all’Atelier diciamo che vogliamo permettere ad ogni persona di esprimere ciò che è, riconoscendone il valore. Quindi… Siamo qua per realizzare questa visione!

Con rinnovati propositi ci godiamo le vacanze e mandiamo un grande abbraccio a tutti! Ci rivediamo lunedì 2 settembre.

Dada Irene – pedagogista

Leave A Comment