E’ difficile il silenzio. E’ una condizione a cui non siamo abituati.

Tutto ciò che ci circonda “risuona” e questo spesso ci impedisce di ascoltarci, di sentirci. Influisce sulle nostre capacità di concentrazione e di osservazione, siamo meno attenti. Anche i nostri tanti pensieri, i giudizi e i pregiudizi, le paure e le ansie, spesso ci creano tanto fracasso in testa.

Trovare il “silenzio” è un lavoro lento, graduale non solo nel suo raggiungimento, ma anche nella comprensione della sua importanza e nella sua accettazione, ma questo intento di “silenziarci” per cercare di ottenere una più limpida e chiara capacità di osservazione è divenuto impegno basilare per tutte noi dade dell’Atelier.

Stare un passo indietro, osservare e imparare a comprendere la differente logica che sorregge e guida  il fare dei bambini, non è facile: le loro leggi, la loro giustizia, sono così pure e prive di sovra pensieri che spesso noi “grandi” non siamo in grado di reggerne la portata. Così a volte interveniamo non solo infrangendo equilibri che non necessitano in realtà di sostegno, ma mostrando in buona fede alternative spesso inadatte, ed è così che iniziamo quella involontaria contaminazione che, presto o tardi, porterà a dinamiche esattamente coerenti con le nostre aspettative: abbiamo tracciato ed indicato la strada e i nostri bimbi, fiduciosi, affidandosi la seguiranno. Ma così non sarà la “loro” strada.

Il percorso sul “Metodo litigare bene” che abbiamo intrapreso ci sta aiutando molto in questo senso, ci ha poste innanzi ad un notevole banco di prova. E’ incredibile però come (e ve lo assicuro) basta a volte guidare le proprie scelte  con maggiore intenzionalità e consapevolezza per vedere in un attimo, senza in realtà aver fatto nulla di “pratico”, mutare le dinamiche. Da quando abbiamo “potenziato” di comune accordo il nostro impegno ad “esserci ma non intervenire” nel corso delle diatribe dei bimbi, ecco che è successa la magia: le dinamiche sono diventate molto più serene, si risolvono più in fretta, non vengono più raggiunti alti picchi di nervosismo, il farsi valere con la forza fisicamente è quasi scomparso (aspetto notevole soprattutto al nido in cui il verbale è uno strumento ancora ben poco padroneggiato).

Vi racconto un episodio.

Un bimbo ed una bimba, entrambi dell’ultimo anno di nido, sono attorno al tavolo della sezione “Oceano”. Ad un certo punto iniziano a litigare per il possesso di uno sgabello: in contemporanea lei ci si stava sedendo mentre lui lo stava prendendo. Ecco che inizia la contesa. Lui tira con le mani, lei si attacca con le braccia al tavolo e con una gamba riesce a trattenere un lato dello sgabello. Pian piano lei si assesta, si gira ed entrambi ora tirano forte con le mani. I loro volti si avvicinano, gridano, si urlano in faccia. Lui è veemente, occhi e bocca spalancati, lei sembra fragile perché mentre grida piange, ma in realtà non molla, non cede di un centimetro. Sanno bene che io ed un’altra dada stiamo osservando. Ogni tanto lui accenna un gesto di spinta, oppure sembra voglia provare a staccare le mani di lei, ma il suo sguardo più volte cerca il nostro e, senza bisogno di parole, non porta a termine tali intenti, non le fa male. Lei piange in apparenza disperata, con lo sguardo ci cerca e ci “richiama”, sembra proprio aspettarsi il nostro intervento, che qualcuno la aiuti. Io ricambio il suo sguardo e, cercando di essere il meno invadente possibile, cerco di trasmetterle fiducia e serenità, ma intanto rimango ferma e osservo. Vanno avanti così per qualche minuto, che a me sembrano ore. Inutile negarlo, dentro provo una tempesta di emozioni, di istinto vorrei agire in una certa maniera, di testa in un’altra, la conoscenza pregressa dei bimbi mi porterebbe ad un certo tipo di lettura della dinamica, ma con razionalità posso dire che sto dando un’interpretazione personale, la realtà del succedersi dei fatti è molto più lineare e semplice. Cerco dunque il silenzio, quello interiore (quello esterno è impossibile, i due gridano come dei forsennati). In realtà all’improvviso, benché non sia cambiato nulla fra loro, mi sento più serena, capisco che stanno confrontandosi alla pari, ognuno mette in gioco una parte di sé, stanno sperimentando le loro capacità e potenzialità nel confronto con il “fuori”, con il mondo.

Stanno imparando. Non so dire se volutamente o meno, ma lei ad un certo punto stacca le mani e si asciuga il viso. Lui viene sbalzato un po’ all’indietro per il contraccolpo. Smette di gridare, la guarda e le porge lo sgabello. Non vuole darglielo, vuole riprendere la contesa. Lei lo riafferra, ma non sembra più molto interessata. Nessuno dei due grida più ormai, e anche il pianto è cessato. Spingono qua e là ancora un attimo lo sgabello, ma con poca convinzione, poi si guardano un po’, fermi, in silenzio. Lei si gira e con passo tranquillo raggiunge il gruppo degli altri bimbi (che nel frattempo non li hanno degnati di uno sguardo) e si interessa al loro gioco. Lui mette a posto lo sgabello sotto al tavolo e li raggiunge, si infila nel gruppo proprio accanto a lei. Non avverto in loro alcuna traccia di tensione né di frustrazione. Dopo i primi sguardi con cui si sono accertati della mia presenza e dei miei intenti, sia lui sia lei non mi hanno più cercata, mi sono sentita trasparente. Si sono confrontati l’uno con l’altra in piena libertà ed autonomia, hanno condotto un’interazione profonda e del tutto personale.

Questo è come un boomerang che torna indietro e mi colpisce in pieno: arrivo alla conclusione che il nostro sguardo troppo partecipe, i nostri gesti, le nostre parole, le aspettative e gli involontari pregiudizi, molte volte siano a sostegno dell’acuirsi delle diatribe, fomentazione involontaria di eccessi di caparbietà, di tensioni e anche di fragilità.

Quindi un passo indietro, rendiamo certa la presenza dell’adulto quale garante dell’irrinunciabile “non ci si fa male”, non indichiamo la “nostra” via, cerchiamo di divenire trasparenti, diamo fiducia e facciamo silenzio.

I bimbi ci sorprendono e ci insegnano, sempre.

Dada Ilaria