Siamo aperti da un mese e per la prima volta… non lo davamo affatto per scontato!

Non è stato semplice ma nemmeno così diverso nelle “grandi cose” : più burocrazia certo e un susseguirsi di linee guida e formazioni on line che rimettono in discussione quanto detto poco prima; protocolli da inventare cercando di capire come poter applicare qualcosa di nuovo mentre noi viviamo la nostra giornata con delle persone piccole, stupendamente spontanee e a volte imprevedibili e anche le normali routines sono un continuo rimetterci in discussione e riadattarle a loro che crescono e che ogni anno non sono gli stessi dell’anno prima; pulizie e igienizzazioni che si intersecano al vivere all’Atelier molto più di prima e che i bimbi a volte prendono come un gioco divertente e un bel rituale. Allora lavarsi le mani nella tanica in giardino lo farebbero in qualsiasi momento sfidando lo sguardo delle dade e creando laghi di fango o cercando di igienizzarsi le mani prima…dopo..durante…

Poi ci sono le attese dei genitori fuori dal cancello e finora il tempo ci ha sostenuti evitando di piovere proprio in accoglienza o consegna, e anche le palline colorate da mettersi in tasca all’arrivo per conteggiare  quanti sono già dentro… a no, in tasca meglio di no che poi vanno a finire a casa!

Dividersi in scaglioni è stato un po’ complesso ma con grande collaborazione siamo arrivati a farcela, tutti insieme, per incastrare la sorellona alle elementari con orari precisi , il fratellone che deve entrare in palestra ma deve essere già vestito .. poi fratellini e sorelline che ormai seguono per forza questi ritmi fatti a volte di volate altre di attese, bravi e tranquilli cercando di capire chi c’è sotto quella mascherina.

Già…le mascherine… imprescindibili per noi adulti in questi tempi di distanziamento e tutela. Ma non posso soffermarmi un momento a pensare a come stanno conoscendo il mondo i più piccoli, che incontrano le dade per la prima volta e devono affidarsi alle braccia consolatorie, alla voce rassicurante e a quel sorriso che ti dice che è difficile ma va tutto bene.

Peccato che quello sorriso, quella espressione del viso che i piccoli imitano e cercano con occhi indagatori, sia per gran parte nascosto. Il sorriso si vede dagli occhi, è vero, ma tutto il viso esprime come sto, la mia voglia di accoglierti e di stringerti. Il contatto con la mia guancia e la tua mentre ti cullo, e ti addormento per la prima volta in braccio,i baci,  le smorfie, le linguacce, i suoni strani che si fanno al nido e alla materna per sdrammatizzare e affrontare questa avventura insieme sono ovattati, camuffati, separati. Tutto è molto strano e per fortuna spesso riusciamo a riderci su con una grande dose di ironia.

Certo che le grandi cose sono solo un po’ diverse, regole e documentazioni si riadattano, si numerano cancelli di uscita e di entrata e a volte gira un po’ la testa ma si affronta facilmente con  pazienza e  grinta,  siamo da sempre portatori  di cambiamenti e elasticità per cui poco cambia.

Ci sono nuove strade che stiamo percorrendo proprio grazie a questi limiti che ci impongono di interrogarci e fare le cose in modo nuovo e che hanno creato legami tra diverse realtà, sostenendoci nei momenti duri e imparando le une dalle altre con grande umiltà.

Se però pensiamo che le “piccole cose“, i dettagli, i sorrisi, le emozioni, gli incontri, gli scambi, la spontaneità del corrersi incontro, di un abbraccio con la dada… siano solo dettagli nello sfondo, credo che rischiamo di fare un grande errore e di ritrovarci tra qualche mese o un anno a dover affrontare emozioni profonde e sconosciute.

Non facciamo che questo diventi abitudine dimenticandoci che sono solo strategie momentanee e non chiediamo ai bimbi di adattarsi a questa nuova normalità senza ricordare loro la bellezza di una relazione senza distanziamento.

Un tempo lavoravamo tutti insieme, nido e materna, bimbi e dade, mescolandoci nei giardini mentre i cancelli venivano chiusi solo per un motivo dichiarato, un laboratorio dedicato ad un gruppo di bimbi, solitamente a rotazione o per una attività momentanea. Si poteva scegliere dove stare, con chi giocare e a che dada andare a raccontare una cosa speciale.

Si poteva abbracciare il fratellino o la sorellina, fare un po’ da dada ai più piccoli , coinvolgerli in canti e giochi e si potevano seguire i grandoni nelle loro corse e grandi opere imparando osservandoli, come è naturale.

Eravamo una comunità educante aperta e flessibile, a volte un po’ confusionaria come è normale che sia, a volte disordinata, altre creativa e puntuale ma mai noioso o scontata.

Ora abbiamo i cancelli sempre chiusi, le accoglienze separate e anche l’uso dei bagni ben definito, le dade dedicate al gruppo e per noi è tutto chiaro. I bimbi hanno fatto un bel inserimento e sono finalmente tornati a giocare, a correre, ad abbracciarsi e raccontarsi e a vivere con altri bambini.

Al nido sono rientrati tutti con calma accompagnati da mamma e papà e stiamo inserendo man mano nuovi amici giocando all’aperto la maggioranza del tempo, facendo merende e pranzi nel nostro bel giardino che ci permette ricche esperienze con sempicità.

Tutto questo ci rende felici, laboriose e motivate.

Poi ci sono quei momenti in cui i bimbi della materna vengono al cancello, bighellonano un po’ li, soprattutto i piccoli, il cui percorso di passaggio è stato interrotto a febbraio e che ora si trovano al di là… si appoggiano e ti chiedono cosa fai, perchè è chiuso. Poi si mettono a cantare mentre tu fai il cerchio, ti chiedono il nome dei bimbi nuovi o si emozionano quando passa la sorellina. Sono attimi poi scappano a fare i loro giochi e li ritrovi dopo un po’ sotto la pergola con la vite a passare l’uva tra i rami. La nostra uva è un po’ ribelle, va dal nido alla materna creando intrecci e spazi dove passarsi un chicco, sedersi sotto, di qua e di là, a racontarsi piccole cose… rimanere nascosto a guardare.

Ecco che quando lo sguardo delle dade si posa lì le emozioni si mescolano, vorresti aver delle risposte diverse da dare, vorresti aprire i cancelli e fare un bel “ole Anna” saltando tutti insieme come prima, vorresti prenderli per mano e accompagnarli tu dai piccoli.

E tutto si rimescola dentro e incontri quella tristezza che ci accomuna tutti in questi mesi.

Poi una mattina mentre faccio un piccolo laboratorio nel giardino piastrellato con i bimbi grandini del nido, ecco che passano i piccoli della materna a pochi metri per andare nella scuola. Si fermano, ci guardano ed è strano perchè sembriamo estranei, imbarazzati ad osservarci.

Una bimba del nido si alza e va ad offrire ad una bimba della materna la melagrana che stavamo scoprendo nel nostro gioco. Le dà i suoi chicchi. Siamo tutte ferme noi dade. Adesso che dovremmo fare?

Ecco che una bimba della materna si fa indietro, tesa e dice “no, non posso” e in quello sguardo spaventato c’è tutto ciò che ci fa tremare come educatrici e come persone. Allora scelgo di essere io a dare il permesso, mi alzo, le spiego che le dade hanno la mascherina e che non succede nulla. Prepariamo un piattino e tanti mettono i chicchi, si alzano, salutano gli amici più grandi con cui giocavano lo scorso anno.

E’ un attimo perchè dobbiamo riprendere il filo… siamo due gruppi separati con dade e spazi separati… sulla carta e da un protocollo. I bimbi grandi sorridono e prendono il dono e se lo portano nel “loro giardino” dove fanno poi un laboratorio come noi, grazie a noi.

Cerchiamo di intrecciare i nostri vissuti, di salutarci ogni mattina, di raccontarci, di avere uno sguardo ampio per tenere aperto questo spazio dentro il cuore nella convinzione di riaprire quei cancelli prima che diventino muri, ma in certi momenti l’emozione arriva forte e dirompente e la frustrazione è tanta così come l’incertezza su cosa sia giusto fare o dire.

 

“Dada, quanto comincia l’asilo vero? Perchè questo è un po’ diverso e se finisce il coronavirus preferirei tornare al nostro” ( 5 anni)

 

Dada Pamela